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    31 October

    Qubert...

    1982, avevo solo 6 anni, ricordo come fosse appena ieri uno strano gioco che andava di moda proprio in quei tempi. Che gioco!
    se non ve lo ricordate, evidentemente, avete molto meno di trentanni, e per voi gli anni 80 sono soltatno parte di una canzone di Raf.
    Quel simpatico nasone che saltava da una faccia ad un'altra di cubi disposti su una piramide. Non lo ricordate? Allora avete meno di trentanni, molto meno...
    Ricordo Q-bert e lo associo con una riflessione, quella della contemplazione. Come mai?
    Ecco di seguito spiegato...
    La nostra vista per quanto stereoscopica possa essere è "purtroppo" limitata... Ad esempio, se prendiamo un cubo tra le mani (ecco perché Q-bert...) e lo guardiamo frontalmente, dei quadrati che lo compongono, dei sei quadrati, ne vediamo solo uno. Se lo facciamo ruotare attorno ad un asse verticale, ecco, che poco alla volta vedremo anche una seconda faccia, uno a due, non di più... e se cambiassimo asse di rotazione? "Fortuna" vuole che le facce diventino tre. Mai più di tre. Tre rimarranno sempre nell’ombra, per lo meno nascoste alla nostra visione.
    Questo segna il limite al nostro vedere, al nostro entrare dentro le cose, ci fermiamo alla loro esteriorità, non andiamo oltre la fisicità, quello che vediamo, quello che possiamo vedere. Il resto? Nascosto.
    La nostra visione stereoscopica da’ solo la profondità… o no? Non aggiunge altro. Tre facce su sei. È un bel risultato, il migliore che possiamo ottenere.
    Questo è vedere.
    Contemplare è vedere anche le altre tre facce. Conteplare è andare oltre quelle tre dimensioni, aggiungerne altre tre, quelle che non vediamo. La realtà, uno spazio a tre dimensioni è sempre la stessa, ne aggiiungiamo altre tre... diventa uno spazio a sei dimensioni? E il tempo? lo aggiungiamo come una variabile?
    Non possiamo da soli perderci in discorso che sanno di geometria o fisica ad n-dimensioni, per vedere le altri parti del cubo abbiamo bisogno di altri occhi… altro che visione stereoscopica. Abbiamo bisogno di occhi non nostri ma di Altro. Abbiamo bisogno dei Suoi occhi per vedere dentro l’altro. Contemplare l’altro. Restare in silenzio davanti l’altro, guardandolo con gli occhi d’Altro. Con la pzienza propria del tempo dell'Altro. Restare davanti all’altro con il suo silenzio. Non guardare il suo silenzio, ma contemplarlo… attimo dopo attimo, in un tempo che sa sempre più di eterno. Di Eterno.
    Ascoltare il suo silenzio, questo lo faremo dopo…
     

    Misericordiae Domini

    Per quella volta che sono stato seme
    che non è diventato spiga
     
    Per quella volta che sono stato luce
    che non ha fatto germogliare il seme
     
    Per quella volta che sono stato frumento
    che non è diventato farina
     
    Per quella volta che sono stato lievito
    che non ha moltiplicato il pane
     
    Per quella volta che sono stato sale
    che non ha dato sapore.
     
    Per questo chiedo Misericordia,
    la Tua!
    30 October

    Prima parte.

    Per quanto insistessi, domande su domande, la risposta che ottenevo era sempre la stessa.. “non lo conosco, non so chi sia, non l’ho mai visto…”. Data la risposta così eloquente non potevo fare a meno di chiedermi se il tizio che era seduto li, di fronte a me, fosse messo al corrente di quello che avrebbe dovuto sapere e che forse non sapeva. Forse.
    Mi chiedevo, mentre lo osservavo, se un uomo occupante una posizione come la sua, come mai non sapesse determinati argomenti della sua società, in particolare i rapporti con il Signor Tal dei Tali.
    Era possibile questo?
    Era possibile che per ogni domanda che gli veniva rivolta, da me o dal mio assistente, la risposta fosse sempre quella? Quella stretta sequenza di “non…”, sempre uguale…
    Procedevamo sempre allo stesso modo io e il Signor F, io facevo quello buono, lui il cattivo… prima parlavo io, cercavo di catturare la benevolenza del malcapitato, mettendolo a suo agio, dando tempo al tempo. F, invece, stava li per i fatti suoi. Osservava. Non apriva bocca fin quando non gli facevo un gesto; d’altra parte era un bene che non aprisse bocca, il suo linguaggio stentato lo faceva apparire quasi come un troglodita, ma posso assicurare che la sua bontà d’animo era superiore allo sviluppo medio di ogni altro essere umano. E guardare F silenzioso, metteva paura. Ed era un bene che fosse sempre con me nella stanza quadrata.
    Chi capitava con noi due non aveva scampo… o con le buone o con le cattive, prima o poi parlava.
    Io odiavo il poi, preferivo il prima: si aveva modo di tornare presto a casa, tempo in più per sbrigare mille altre faccende, domestiche e non. I Capi erano d’accordo: eravamo pagati solo per un “colloquio” al giorno, 8 ore al giorno, niente sconti sull’orario, gli straordinari erano visti come mancanza di efficienza, quasi inettitudine, quasi che gli 8 anni vissuti alla scuola di formazione, per poi uscirne come primi allievi, fossero del tutto “persi”. Bastava ritrovarli però guardando F, lui non era tra i primi degli allievi, eppure occupava un posto ambito da molti, ma lo occupava da prima della Riforma Settembrina.
    Il Signor Tal dei Tali stava ancora li, fermo, seduto comodamente su una sedia di emergenza, un vecchio tronco recuperato dall’ufficio accanto. La sedia precedente era messa in un angolo, rotta, spezzata in due, non era bella da vedere, non credo facesse un bell’effetto su chi la vedesse, di certo non aiutava a raccogliere interiormente. Dava un piccolo senso di paura, terrore. Potevano pensare che fosse toccato a qualcuno averla rotta sulla testa. Ma era stato solo un incidente, soltanto un incidente. La tenevamo li… rientrava nel piano che io ed F avevamo elaborato per far parlare i nostri “amici” che non volevano parlare. E alla fine parlavano. Tutti.
    Fermo, seduto, grondava sudore. La sua fronte spaziosa sembrava un piccolo lago. O forse uno stagno.
    29 October

    Tenere nel cuore gli amici cari, quelli che non ti capiscono... quelli "lontani" nel cuore di Dio!

    Cara Daniela, eccoti una risposta "estesa" alla tua, stranamente acuta osservazione...
     
    Partiamo da un dato di fatto, assiomatico: il mio cuore riposa in Dio…
    Se poi mi sveglio alle 4 del mattino, vuol dire che lassù o si alzano presto o forse il Capo non riposa mai...
     
    Nel cuore di ogni uomo trovano spazio i più disparati pensieri, le più dolci e fragili richieste, le più sincere domande inespresse.
    Trovano spazio ricordi, suoni, immagini… trovano spazio persone care, amici, davanti o vivendo poi alla luce dell'Amore più grande trovano posto anche i nemici!
    Ma se da una parte guardiamo ancora con sospetto chi ci “vuol male”, (maledetta “natura umana”!), dall’altra non trascuriamo di curare rapporti con persone che definiamo, successivamente, amiche, compagne di viaggio, con o senza scarpe, viaggiano con noi, viaggiamo insieme.
    Poi facendo luce con una torcia di quelle ricaricabili, ecologiche, a manovella, spostando incrostazioni, ragnatele, facciamo caso alla sistemazione dei nostri cari all’interno delle cavità cardiache…
    Esiste una linea che separa gli amici buoni da quelli “cattivi”… esiste, si trova in una parte del nostro cuore. In una parte teniamo serbati gli amici comuni, quelli di ogni giorno, quelli che sappiamo essere nel nostro cuore un po’ per caso, un po’ per necessità, un po’ per tradizione, un po’ perché da sempre li riteniamo amici. Nell’altra parte trovano posto coloro che riteniamo essere amici lontani, non mi dilungo sui motivi della loro lontananza, posso solo dire che sono lontani per colpe nostre o loro, necessità mutuate, stati d’animo inespressi o non compresi… vuoi o non vuoi alla fine ci si ritrova lontani.
    Tutti gli amici abitano nel nostro cuore comunque, in luoghi separati… perché? Perché vivere così, mi ha chiesto qualcuno oggi… perché tenerli separati? Non stanno con Dio? come se fosse importante sapere in quale parte abitasse.
    Ebbene si, tutti stanno con Dio, perché il mio cuore riposa in Dio!
    Allora perché questa distinzione? Perché di alcuni sono certo del loro riposare nel cuore di Dio, di altri chiedo incessantemente, nella preghiera, di dar loro una coscienza del loro dimorare tra le mura del Padre. O forse di maturarla noi questa coscienza: uniti, insieme, mano nella mano, tra quelle pareti, siamo certi di camminare già con loro, nella loro lontananza si avverte di nuovo il nostro essere vicini, ritrovati. Essere degli amici ritrovati. Come in un libro, incontrarsi nuovamente, con storie di aquiloni, brevi racconti o poesie, essersi rincontrati, volutamente, mai per caso.
    Amici lungo strade comuni, polverose, battute dal sole e dal vento. Amici. Vicini o lontani sentire di appartenersi perché a Lui apparteniamo. Camminare muovendo piccoli passi.
    Piccoli passi che non fanno rumore, per non avere paura di svegliare qualcuno nel cuore della notte, cuore non nostro, non costruito da mani d’uomo…
    24 October

    Piedi piedi

    Osservavo stamattina il paio di scarpe bianche del mio amico Salvatore, bianche, di pelle bianca.
    Gliele avevo già viste ai piedi, qualche settimana fa, le avevo trovate insolitamente bianche, nuove, “immacolate”, senza segni di usura, la pelle liscia, senza crepe.
    Delle belle scarpe bianche nuove. Ognuno ha delle scarpe nuove, chi bianche, chi nere, chi rosse fiammanti... adatte per correre, giocare, di certo non sono quelle per il bowling... ma sono sempre scarpe, le nostre.
    Quelle di Salvo le ho notate invece stamattina  un po’ sporche, logore, con la pelle più screpolata, annerita, forse in certi punti abrasa. I segni del tempo. È passato anche sulle scarpe il tempo, ha lasciato i suoi segni, ha usurato, ha accelerato il tempo di invecchiamento di quell’accessorio comune.
    Il tempo, i passi, i giorni piovosi e quelli caldi, qualche piede pestato qua e la, tutto questo ha contribuito a deteriorare prima del tempo. Chissà come riesce… chissà se si può fare qualcosa per fermare il tempo avanzare. Per una scarpa certamente si, esistono creme, prodotti e chissà quali preparati chimici moderni per far sopravvivere qualche anno in più un paio di scarpe logore che ormai non servono più perché troppe rovinate. Basta poco, un piccolo investimento. Basta prendersi cura, perché in fondo, quegli oggetti che portano in giro, al comodo, i nostri piedi, possono servirci per del tempo in più, anche se per un mese o due mesi in più… si, è un buon investimento!
    Diventa così l’amicizia. Un investimento… Come un vecchio paio di scarpe… per quanto logorate possano essere, a quelle vecchie scarpe siamo affezionati, non vorremmo mai distaccarcene… un po’ come una borsa o un cappello, un orologio, qualsiasi cosa vediamo “vecchio”, in realtà per noi è ancora bello, perché è legato ad un altro tipo di bello, quello che teniamo serbato in noi, dentro, nel profondo, un ricordo lontano che brilla di luce propria.
    Per quanto quelle scarpe possano sembrare vecchie, almeno dal loro scatolo, non lo sono, perché di loro ci siamo presi cura in questi anni…
    A maggior ragione l’amicizia, da curare, osservare e rispettare nei suoi silenzi, insistere per quanto si può, non lasciandoci mai nuocere… un po’ come passare della crema “testa di moro” su un camoscio “miele”… un bel effetto, vero?
    Amicizia che nasce dal nulla e nel nulla svanisce? Un paio di scarpe oggi non lo abbiamo per poi darlo via domani… no, lo teniamo con noi, prima o poi lo rimettiamo a meno che non ci vengano strette (d’altra parte è un po’ la cosa che ho fatto io con le scarpe della mia prima comunione…). Le mettiamo via, ce ne disfiamo, per sempre, o le diamo via a chi ha bisogno di avere i piedi coperti per camminare.
    Un passo dopo l’altro quei due vecchi contenitori per piedi camminano ancora, servono ancora…
    L’Amicizia che se c’è, se sappiamo riconoscere tale, non va lasciata mai sola, mai sola a se stessa, abbandonata, senza spiegazioni, presi da stanchezza improvvisa, repentina, problemi che sembrano insormontabili: a cosa serve l’amico allora? È colui che aspetta il tuo ritorno? È forse colui che pazienta aspettando che quelle scarpe possano riportarti sui tuoi passi? L’amico è forse chi ti da un bel paio di scarpe da trekking per salire le impervie montagne della nostra vita?
    O forse l’amico è colui che decide di lasciarti andare a piedi nudi, per le strade del mondo, senza un paio di scarpe comode che t’accompagneranno ovunque, perché in fondo è convinto che prima o poi, in qualsiasi posto ti troverai, “piedi piedi” un altro paio per i tuoi piedi lo troverai…

     

     

    22 October

    Non più oggi

    Come in un giorno di pioggia,
    dietro la finestra di casa,
    vedo le persone passare.
    Bagnate, corrono, si affannano,
    in cerca di un riparo.
     
    Aprono ombrelli, coprendosi il capo,
    restano scoperte le mani e i piedi...
    Passi ingoiati da pozzanghere,
    come in laghi non ampi,
    generano piccole onde.
     
    Al di là del vetro ci sei tu,
    la testa chinata su fogli,
    distrattamente li leggi
    attendendo il sole.
    Come io la luce dei tuoi occhi...

    Esserci

    Insieme con gli altri
    per gli altri.
    21 October

    Oggi

    Molti fili sottili, trasparenti
    arrivano dall'alto, cadono.
    Restano sospesi
    in aria, alcuni minuti forse,
    attimi ancora... e poi?
     
    Anime silenziose, vicine prima
    nuotano ora più lontane,
    girano, volteggiano...
    E rimangono in cielo
    le nuvole gonfie,
    attendono solo il vento.
     
    19 October

    Passa la palla... tiraaaaaaaaa!

    Il campo in assoluto dove giochiamo la partita più grande è quello della nostra vita. Non possiamo farci niente, siamo in campo, prendiamo la palla, corriamo, dribbliamo e arriviamo fino in porta per segnare… e se il portiere respinge la palla? O se la tiriamo fuori?

    L’importante sarà aver fatto una buona azione, un buon gioco, un bel gioco di squadra, uniti insieme agli altri giocatori, mai da soli. L’importante non è vincere… ma partecipare! Una novità vero? Questa è gia una vittoria, la migliore delle vittorie possibili, perché in fondo, per Dio siamo tutti vincenti, destinati ad essere felici e se non lo siamo al momento, forse è perché non vogliamo esserlo. Non ci accontentiamo di quello che abbiamo. Vogliamo avere altro, vogliamo avere molto di più, possedere non fruire ma possedere e utilizzare. E non ringraziamo mai, ad esserci sinceri delle piccole gioie.

    Per noi non deve essere così. Non vogliamo perdere, non vogliamo vincere, sappiamo già che siamo vincenti: vogliamo solo partecipare, costruire insieme un bel gioco di squadra. E cominciamo poco alla volta a capire come “funzioniamo”, quali sono le nostre priorità, le nostre paure, cosa fa abbozzare un sorriso sul nostro viso. Poco alla volta. Pazientiamo. Volersi vedere per parlare, ma le distanze come al solito ci separano, gli impegni reciproci non ci aiutano… e tutto così… va avanti così strano. Non rimpiangiamo il fatto di esserci conosciuti ne essersi detti tante cose… non rimpiangiamo niente, sappiamo solo che se un giorno non ci saremo più, mondi diversi sempre più lontani,  sapremo chi abbiamo perso, occorrerà solo del tempo per recuperarsi, per recuperare quei piccoli pezzi di noi che abbiamo lasciato tra il cielo e la terra…

    18 October

    Quando il sorriso diventa un dono...

    Una tua deduzione, semplice, ti ha indotto a pensare che io mostro sempre il sorriso sul volto… poi hai corretto il tuo calcolo affrettato.
    Vuoi vedermi imbronciato? Basterebbe che mi guardassi oggi.
    Ogni tanto mi prende così, (i motivi ci sono?), ma ogni tanto mi prende e, credimi, è meglio stare alla larga da me. Divento pericoloso.
    Sono i giorni del mio “muso lungo”, durano 12, 24, 48… difficilmente 36 ore. Sono determinati dalla pesantezza del mio ego, gonfio dei peccati che accumula. E non si vuole incontrare con la misericordia di Dio che sa esserci oltre ogni cosa. Ma so che passerà: è un abbassarsi, svuotarsi per riempirsi di nuovo di Lui.
    Capita, deve succedere così, sperimentare con mano la dimensione di Gesù Cristo che passa non solo attraverso la storia, ma nella nostra storia , nella nostra vita, solo per poter poi testimoniare che il passaggio è un passaggio che salva. Ed anche se ci sono "motivi e motivi" per cui tenere lunga la “funcia” non posso non pensare che sia un comportamento errato. Bisogna prendere coraggio, farsi coraggio, rialzarsi e andare avanti, lodando il Signore per le meraviglie che compie nella nostra vita: da una vita compie le sue opere, noi, spettatori non paganti, non lo ringraziamo nemmeno. E invece dovremo farlo, lo faremo, pieni di stupore per i suoi prodigi.
    Ringraziare anche attraverso la preghiera, la vita e la testimonianza della nostra vita, il volto umano che lasciamo trasudare nelle pieghe dello spazio e del tempo, distrattamente, mentre andiamo verso lo Sposo… con le nostre piaghe che Lui sanerà!
    Poi il silenzio. La voce (la Sua?) che vorremmo sentire è sempre più silenziosa, presa da altri mille impegni deve pensare proprio a noi? E le domande che porgiamo, devono per forza avere una risposta? La domanda è l’anticamera della risposta? Il dubbio è l’anticamera dell’ignoranza?
    Forse è arrivato il tempo di dare spazio maggiore, far accomodare in noi, albergare, la sua volontà, il suo Amore, trasferendolo in stanze via via sempre più grandi, accoglienti, all’interno delle quali ci sia davvero spazio per le persone che teniamo nelle nostre preghiere, nei nostri cuori…
    13 October

    Un giorno per strada

    Ritorna il tuo sorriso,
    ne sento le risa,
    il suono leggero,
    vibra l'aria intorno.
     
    Dai tuoi occhi,
    un raggio, infinito,
    raggiunge il profondo,
    pozzo arido del mio cuore.
     
    E inquieti passi,
    ora silenziosi,
    aspettano all'alba,
    una risposta, la mia... Ho sete!
     
     

    Una tua domanda...

    Non farla,
    usa il silenzio...
    Frugalo.
    Troverai anche una risposta,
    sarà li che la troverai...

    Domande definite, risposte abbozzate...

    Sono degli appunti presi, sparsi almeno in testa, sul foglio sembrano avere una certa connessione logica. Sarà così poi? Spero di si, perché proprio della speranza volevo parlare, proprio dalla speranza posso iniziare a parlare partendo da un esempio, alla speranza posso tornare, pensandola come risposta alle tante domande, le tue, le mie.
    Tempo fa, durante un’operazione di pulizia straordinaria del piccolo giardino di casa mia, mi sono ritrovato a dover tagliare una pianta, enorme, ma ormai troppo grande per lo spazio che le avevamo riservato. Tolta via una parte abbondante, avevo pensato di suddividerla in parti più piccole, pensando che in questo modo avrebbero trovato una più facile collocazione, in un giardino, in un vaso, o anche tra i rifiuti. Così avvenne… dopo un po’ di tempo che era stata abbandonata nel giardino decisi di suddividerla distribuendola così: una parte la prese il mio vicino di casa, una parte la piantai in un vaso, una parte la gettai via, sperando che le parti trapiantate potessero tornare a verdeggiare.
    Non so se sia cresciuta o meno quella del vicino ma ero in preoccupazione per la pianta mia, messa a dimora in un vaso molto grande: cadde la prima foglia, cadde la seconda, poi anche la terza e così via, fino a rimanere un tronco apparentemente “morto” infilzato nella terra. Ho aspettato, pazientemente, mese dopo mese, innaffiandola con cura, cercando sempre un segno di ripresa ma ahimè non ne ho visto per mesi e mesi… Poi improvviso lo stupore, la meraviglia per tre nuove foglie, ora quattro, che ho visto spuntare da un giorno all’altro… è questa forse la speranza? Il nostro saper attendere? Restare in silenzio ad aspettare che la “natura” faccia il suo corso, non rinunciando alle cure speciali che possiamo dare di supporto?
    Poi ho pensato ad un arco, teso, tra le due estremità c’è un filo sottile, quasi invisibile che vibra quando noi incontriamo le altre persone, capta emozioni che a noi rimangono ignote, emozioni che poi sentiamo crescere dentro, risuonare in noi stessi. Quel pezzo di legno, arcuato lo chiamo speranza, quel filo sottile lo chiamo amore. Un arco completo, pronto da usare, tendere e poi rilasciare le frecce, queste naturalmente le dobbiamo mettere noi, sono quelle che “lanciamo” verso gli altri, quando gli andiamo incontro, quando siamo con loro, quando viviamo con loro… forse quelle frecce hanno un nome, vettori di relazione… un bel nome, non credete?
    Un filo sottile chiamato amore, teso sempre al massimo, rilasciando una freccia, un vettore di relazione, un corda sospesa tra due estremità della stessa speranza, quella di andare incontro all’altro, di colpirlo, lasciando un segno visibile sul suo tessuto esterno, il tessuto della sua relazionalità con me, con l’io diverso dal tu. Una freccia che viene scoccata, con una sua precisa traiettoria, velocità. Dritta fino al centro del nostro obiettivo.
    Speranza, un arco forgiato non fa mani d’uomo ma che ci è stato dato in dono. La Speranza che non muore mai, che non delude, che riempie di silenzio l’infinito tempo di attesa prima del rilascio di quel vettore. Amore, un filo sottile che mai si spezza, per quanto forti possiamo essere noi, non si spezza.
    Speranza, amore, Amore e Speranza: quante volte ci siamo messi davanti ad un problema pensando che ci fosse il risultato sbagliato sul libro? Controllando e ricontrollando i calcoli, abbiamo pensato di non aver sbagliato, che tutto fosse giusto, che se ci fosse chi sbagliava quello era il libro… ci è mai capitato? Ce ne è voluto per me tempo fintanto che diventassi “padrone” dei numeri, del calcolo differenziale e delle somme di elementi infiniti, tempo che ora sembra essere “inutile” data la mia attuale occupazione, so bene che non è così. Alla fin fine tutta quella matematica mi ha portato a pensare in termini di infinitesimi, gli uomini, infiniti, Dio. alla fine quel tendere ad infinito è stato un periodico ricondurmi al Divino, all’Unico e Trino Signore.
    Poi sono cominciate le domande. E li sono finite le risposte.
    Quali risposte cerchiamo dalla nostra vita? O forse nella nostra vita? Cosa rimane delle nostre sicurezze quando ci imbattiamo in una risposta che non arriva mai? Pensiamo forse alla non buona educazione del nostro interlocutore? O forse alla fine ci abbandoniamo in un abbraccio nel mare di Speranza in cui ci accorgiamo solo all’ultimo di navigare? È forse questo quello che facciamo? O pensiamo che la Speranza sia del tutto fuori dal nostro orizzonte?
    Domande e ancora domande, Francesca mi rimprovera se faccio ancora domande, lei vuole solo risposte. Pensa che io abbia domande e con queste, all’interno di una busta, possa trovare anche le risposte da darle. Risposte che in realtà non ho, perché ogni qual volta mi ritrovo ad essere “vicino” ad una di queste, subito, immediatamente, sono raggiunto da domande ausiliari, come se rispondessero, o cercassero di rispondere alla precedente domanda… così, continuando, in un processo a cascata… in tutto procedimento l’unica risposta che posso dare è l’unica che credo fermamente essere l’unica possibile. La risposta è l’amore. La risposta è l’Amore.
    Non è un tappabuchi. È l’Amore, la Speranza che è una certezza. Per noi cristiani deve essere così. Deve. Siamo chiamati a renderne testimonianza, sempre.
    Testimoni in tutto: nella nostra vita personale, in quella pubblica, negli affetti, nelle amicizie,nella vita che viviamo ogni giorno. Negli scontri quotidiani, quando cerchiamo le nostre risposte, quando aiutiamo gli altri a cercarle… sempre. Raccolti in un silenzio che non è carico di parole familiari, un silenzio che è invece ricco di parole che non conosciamo, che non vogliamo conoscere, le parole che ci invitano ad amare, a perdonare, a convertirci, cose da fare un infinito numero di volte.
    Ma noi non arriviamo a contare oltre venti, altro che settanta volte sette, abbiamo solo due mani, due piedi, venti dita in tutto…
    07 October

    Un tascapane...

    La nostra umanità è pesante. È fatta di carne. È terrena. È tremendamente pesante. Fintanto siamo noi a “costruirci” un abito pesante, la cosa potrebbe anche stare bene. Molte volte, ahimè, sono gli altri a regalarci i loro accessori: un cappello, dei guanti, una sciarpa, fino a completare la nostra veste. Forse fino a diventare dei pupazzi goffi, ripieni di vestiti dismessi, laceri per il troppo uso nella nostra vita.

    Altro? C’è sempre dell’altro. C’è Altro e altro. Uno è il termine, l’obiettivo della nostra vita, il termine fisso, il valore asintotico della nostra esperienza che trascende nella vita del mondo che verrà: Uno, Bene, Vero.

    L’altro, coi piedi per terra è il nostro compagno di viaggio, ne abbiamo sempre uno dietro, molte volte accanto, poche volte davanti. Ma è quando lo abbiamo accanto che non riusciamo a vederlo, si muove non dei passi cadenzati con i nostri, uno dopo l’altro, arranca con noi in salita, scatta in discesa, si riposa lungo terra piana. Ma non lo vediamo. Ma è li. A volte li scegliamo noi, altre capitano per caso: ma anche quando li scegliamo noi è come se non li avessimo scelti noi, ce li troviamo accanto e pensiamo sia bello averli scelti da noi, ma non è così. Scegliamo qualcuno che poi in realtà non è chi pensiamo aprioristicamente possa essere. Perché alla fine non lo pensiamo come “altro” ma, semplicemente come un io, un altro io.

    Allora… svuotiamo le nostre sacche, il tascapane che ci portiamo dietro, senza marca, un semplice tascapane di tela: frugando, frugando troviamo solo delle briciole, piccole briciole insignificanti. Piccole briciole come i cinque pani che aveva nella borsa il ragazzo generoso che li offre insieme ai due pesci. Diventa così testimone coraggiosa di una generosità che dovrebbe essere propria di ognuno di noi. Offre tutto quello che ha. Offre. Non chiede null’altro in cambio. Offre generosamente. Cosa riceve in cambio? Una generosità generosa, dodici ceste piene di “avanzi”, da dare ancora a chi avrà fame.

    E se cercassimo anche noi nel nostro tascapane? Cosa verrebbe fuori? Cosa si potrebbe tirare fuori? Se non abbiamo briciole, almeno che esca fuori la nostra preghiera, semplice, pura: basterebbe a muovere una montagna. Senza grandi parole ma solo vestita umiltà e verità, due ottimi fertilizzanti per la nostra fede. E allora magari cementiamo rapporti, tessiamo tele per il nostro tascapane, facciamo tante e tante altre bellissime iniziative ed alla fine che facciamo? Non ci accorgiamo delle piccole briciole cha abbiamo, cerchiamo dei pani più grandi per sfamarci, non pensando che piccole briciole sfamano grandi folle di persone. Non accorgersi del bene che ci fanno le persone, il bene che è in ognuno di noi, vedendo solo quelle volte in cui l’amore che noi diamo non è corrisposto da loro, e su questo puntare il dito. Possiamo davvero vivere di poco, un effetto dirompente di grazia nella nostra vita solo se crediamo realmente. Un po’ come credere che in un pezzo di pane troviamo realmente, il Corpo di Gesù Cristo. Crediamo davvero che sia Lui? O pensiamo che è un pezzo di ostia che poi si chiama Gesù? Cosa anima la nostra partecipazione alle liturgie? La routine?

    Ed il Padre nostro che recitiamo… quanto lo sentiamo “nostro”? Non basteranno incontri, raduni o serate allegre tra amici per farci conoscere realmente chi siamo noi davanti al Signore: rischiamo solo di cavalcare delle onde emozionali, fatte di sensazioni, immagini, suoni, parole e non bisogna essere dei fisici per dire che un’onda si frange sugli scogli dissipando la sua energia. Cosa rimane dopo, solo l’erosione delle coste? Stranamente l’onda che dobbiamo cavalcare ha ben poco a vedere con la forma di un’onda… è rettilinea, cresce sempre, fino ad arrivare all’Infinito.

    Poi ti accorgi che sono quasi le 20. Avere fame. Avere sete. Preparare da mangiare.

    Anche se il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda…

    06 October

    Ritiro finito...

    Ok, ok, tutto finito... le prossime suggestioni tratte dal ritiro arriveranno prossimamente... ma ora devo andare!
     
    a presto!
    01 October

    "Causa" ritiro...

    ... starò via per una settimana... non angustiatevi, non cercatemi, non state in pensiero, etc etc
     
    Tornerò presto!
     
    No, davvero!
     
    Nel frattempo avrete modo di...
     
    non lo so, quello che volete fare fate!
     
    A presto!